IL PD ed il federalismo, di Andrea Massellucci

Pubblico il mio contributo all’Assemblea dell’Unione Comunale di Massa e Cozzile, su PD e federalismo:

Il Partito Democratico considera il federalismo un processo oramai avviato e politicamente irreversibile, anche alla luce delle modificazioni politico-progettuali e politico-sociali che sta innescando sui territori.

Puntare al federalismo vuol dire migliorare l’utilizzo delle risorse, con costi definiti, standard qualitativi e dei servizi erogati più elevati degli attuali, così da apportare alla vita di ogni giorno quei miglioramenti che molti degli italiani attendono.

Da tempo i nostri territori,  invece, soffrono il “centralismo del governo nazionale” che, insieme con la dipendenza nelle scelte dall’osservanza del “patto di stabilità”, li ostacola nel ruolo di volano di crescita economica ed inclusione sociale.

Ridefinire un giusto rapporto “STATO-REGIONE-COMUNE” è essenziale per rilanciare quel patto di reciproco rispetto tra Stato e cittadino, tra cittadino e istituzioni.

Ripensare il welfare locale a partire dai comuni, per ridisegnare una carta dei nuovi bisogni dei cittadini di questa odierna società, così da tracciare  una mappatura chiara delle strutture che possono prendersene carico: questa è la sfida che ci attende.

Questo è anche il compito del PD e della sua azione politica, puntando su una aggregazione di bisogni tra Comuni, con l’obiettivo che sempre meno risorse restino “ostaggio” dello Stato centrale (drenate sotto forma di IMU, TARES, IRPEF), ma vengano restituite ai cittadini in termini di servizi puntuali ed efficienti, a costi standardizzati.

Il PD, ci auspichiamo, intenda lavorare nel suo complesso (dai rappresentati nelle istituzioni locali fino a quelli nazionali ed europei) per continuare lo slancio federalista che anni fa ha iniziato proprio il centrosinistra, e su di esso lavori perché migliorandolo, possa divenire strumento di innovazione e di coesione sociale e territoriale, a difesa di quell’Unità Nazionale che la crisi economica mondiale, ed in particolare italiana,  ha messo così fortemente in discussione.

Pd, idee prima dei nomi altrimenti il congresso fallirà, di Alfredo Reichlin

Guardo la tv, leggo i giornali e mi colpisce l’impegno con cui i media pretendono di scegliere il capo del Pd. La cosa, dopotutto, ci onora. Di che si dovrebbero occupare? Il Pd con tutte le sue debolezze è rimasto in Italia il solo partito. È il solo tramite tra i vertici della politica e un grande bagaglio di valori, di bisogni e di passioni che ancora esiste. È una specie di «bene comune».

È (finora almeno) un partito senza padroni, una forza contendibile, la quale fa congressi per consentire a una vasta platea (tre milioni di persone l’ultima volta) di eleggere il suo segretario sulla base di regole e di diritti uguali. Ma è ancora così?

Questo è il dubbio che mi assilla osservando la pochezza del nostro dibattito congressuale. È capire fino a che punto abbiamo una identità e una autonomia culturale. Il problema non è di uomini, prego di credermi a tutti coloro che si candidano. Ciò che mi chiedo è se con la perdita di potere della politica (il potere di fare le grandi scelte, non di andare in tv) siamo entrati in un mondo nuovo nel quale bisogna fare i conti con un potere inedito che non è l’opinione pubblica.

È un potere che non informa ma «comunica», che non espone le alternative reali possibili ma mette in scena la politica come un qualsiasi «evento», la cui importanza dipende dall’audience. Con quali conseguenze? Enormi perché è inevitabile che così la realtà viene ridotta al qui e ora e che il mondo non presenta scelte diverse. Il futuro è schiacciato da un eterno presente. Che cosa c’entra tutto questo con il congresso del Pd? Secondo me c’entra moltissimo.

Giorni fa sono stato invitato a discutere un documento col quale un gruppo di giovani dirigenti del Pd dicono la loro sul congresso. Il nome di Renzi non veniva nemmeno citato ma, incuranti dello scandalo, costoro pretendevano di discutere nientemeno che della situazione italiana. Quattro ore di discussioni, niente affatto unanimi.

Non si è parlato, ripeto, delle regole né di candidati, bensì sul perché si fa il congresso. In nome di quale interpretazione delle cose? Insomma, qual è il suo tema? Sono intervenuto anch’io per denunciare il rischio di una vera e propria dissoluzione della sinistra se essa, invece di occuparsi dei problemi degli italiani, si riducesse a un coacervo di ambizioni personali e di correnti. Non era una riunione chiusa.

Al contrario, la sala era piena di giornalisti e di tv. Ebbene, di questa discussione non è stata pubblicata una riga. Nemmeno una. Anzi. Si è detto il falso e cioè che si trattava della riunione di vecchi «capi bastone» che si mettevano insieme (un «correntone») per ostacolare il povero Renzi. Così va il mondo?

Io sento tutto questo come il segno del degrado in cui siamo scivolati e del punto di alto pericolo a cui la lotta politica è arrivata in Italia. Cosa resta di una democrazia parlamentare se l’idea stessa di un partito e del ruolo autonomo della sinistra è diventato un problema? Forse non è per caso che tutto ruota intorno alla ricerca di un nuovo «capo». Anch’io, se mi guardo in giro, sento una domanda enorme di cambiamento. Ma non ci sarà nessun cambiamento se tutto si riducesse a un problema di persone. È di una vera svolta che abbiamo bisogno.

È finita un’intera fase della vita economica. È il mondo intero che cerca una alternativa. Le grandi masse (vedi Egitto, Turchia, Brasile) si sono rimesse in movimento. Il cuore di un programma di svolta è come spostare le risorse che esistono e che sono grandi perché sono le risorse umane, le conoscenze, il capitale sociale verso l’investimento produttivo, i beni pubblici, la difesa dell’ambiente e i nuovi bisogni. Ma come? C’è un solo modo, cari amici, ed è quello di mettere in campo, non solo un leader ma una forza reale.

Un movimento civile, una idea di giustizia, una soggettività organizzata, quindi un partito capace di combattere anche duramente.
Questa è la grande responsabilità che pesa su ognuno di noi. Smettiamola di piangerci addosso. Cerchiamo di vedere il grande spazio che si apre anche per i nuovi leader più che mai necessari. È lo spazio nuovo che la crisi del vecchio ordine ultraliberista dovrà per forza restituire alla politica. È l’enorme bisogno di guida, di certezze, di valori. È il bisogno di luoghi dove si possa costruire uno stare insieme e un nuovo alto compromesso civile e sociale tra gli italiani.

Questi luoghi non sono i set televisivi, sono i partiti. Sì, certo, largo ai giovani. L’esigenza prioritaria di un programma è quella di come favorire il passaggio generazionale in tutti i settori compreso quello della politica. Essenziale diventa lo scontro con quel grumo di rendite, di privilegi, di ostacoli alla mobilità sociale che stanno scaricando sulle nuove generazioni tutti i costi del sistema. Ma è del tutto fuori dalla realtà pensare a un ritorno al vecchio dirigismo. Nel mondo delle interdipendenze e della grande rete non si può essere liberi da soli, senza gli altri o contro gli altri, ma soltanto in dialogo con gli altri. Perciò facciamo un congresso.

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Un partito nuovo per un nuovo governo, di Fabrizio Barca

L’11 aprile 2013 Fabrizio Barca si è iscritto al Partito Democratico, nel Circolo di via dei Giubbonari a Roma e proprio da qui, il 22 aprile, ha dato il via al Viaggio in Italia, per discutere il documento “Un partito nuovo per un nuovo governo”, arricchirlo, intersecare altre riflessioni nonchè le pratiche concrete del Partito Democratico nei territori e maturare per il prossimo novembre, i materiali per un passo in avanti.

Questo viaggio è reso possibile dal sostegno all’attuazione del progetto del Circolo Centro Storico di Roma.

Per lasciare traccia, ridurre le distanze, condividere contenuti, nasce questo sito, che mette a disposizione la documentazione raccolta, il calendario, i materiali e le immagini degli incontri del Viaggio in Italia.

Il Partito ed il congresso che vorrei, di Alfredo Reichlin

Il problema che sta davanti al congresso è quello di un grande cambiamento. Si tratta del fatto che noi non possiamo continuare a restare così come siamo: un amalgama di culture riformiste ed esperienze di una fase precedente a quella attuale. Ivi compresa quella delle «terze vie» alla Tony Blair. Il problema principale del Pd sta esattamente in ciò: nel ridefinire il nuovo «campo storico» del suo pensare e del suo agire. Ciò non significa affatto ignorare le emergenze e le strette della situazione. Ma per affrontarle dobbiamo collocarci in una prospettiva più ampia. La crisi italiana non è solo una crisi economica. È di identità. È crisi della rappresentanza politica democratica. È il distacco della società civile dallo Stato. Non dobbiamo stupirci se il disprezzo della politica è arrivato a questo punto. È finita una storia e anche la decadenza economica si spiega con ragioni geo-economiche e geo-politiche. L’Italia non sa più chi è. Non vede il suo futuro. In sostanza non ha una classe dirigente che sia in grado di pensare l’interesse generale e di dare al Paese una missione.

Di qui l’enorme responsabilità che pesa sul Pd. È quella (come dice anche Castagnetti) di capire che a fronte di una realtà come questa il problema del Pd è che esso può pensare se stesso solo se salverà la democrazia del nostro Paese. Che senso ha una discussione congressuale che parli del governo senza affrontare questo nodo?

La nostra immagine è incerta. Non si capisce dove vogliamo andare. Si parla di nuovi leader ma non si dice che prima di tutto bisognerebbe ridare un’anima a questo Paese e che per insediarsi nella sua nuova storia non si può cancellare il passato. Il compito della sinistra è affermarsi come il nuovo «partito nazionale». Cosa vana se non ripartiamo dagli ultimi e se non ritroviamo radici forti nel popolo.

Politica interna e politica estera non si possono più separare. Cominciamo quindi col dire che l’effettiva capacità del Pd di rappresentare una alternativa reale dipenderà sempre più dal ruolo che saremo in grado di svolgere nel vivo del travaglio di proporzioni storiche che scuote l’Europa. Qui, in realtà, si gioca la partita contro la potenza delle grandi oligarchie che dominano il mondo. Qui si gioca anche il nostro destino. Solo con l’Europa possiamo affrontare i pericoli estremi che l’Italia sta correndo. Solo in questo quadro possiamo pensare a come ricostruire il Paese.

DEBITO E DISEGUAGLIANZE

Tutto è molto difficile ma l’obiettivo di portare nel mondo globale la forza di 450 milioni di europei, il loro enorme patrimonio di idee e di creatività umana, il loro immenso retaggio culturale è esaltante. Ma è credibile solo se questo compito lo prendono in mano le forze politiche europee democratiche, e non le burocrazie tecnocratiche.

Bisogna capire meglio perché la crisi italiana è arrivata al rischio di esiti così catastrofici. Al fondo, ci sono tutte le storture del nostro sviluppo ineguale e ingiusto. Il debito pubblico italiano si è accumulato in queste dimensioni enormi per colpa degli italiani. Soprattutto delle loro disuguaglianze. Ma nessun nuovo riformismo sta in piedi se non tiene conto di ciò che è avvenuto nella storia del mondo con l’avvento della mondializzazione e delle forze che finora l’hanno guidata. Non ritorno su analisi note. Ma è evidente che questo sistema è arrivato al termine della corsa. Se ne è accorto anche il collegio cardinalizio.

Come se ne esce? Un grande partito della sinistra europea non può non porsi questo interrogativo. Deve sapere che il fatto che ha più pesato non è di natura economica. È il disfacimento del grande compromesso storico (non economico soltanto) che è stato per quasi un secolo alla base della democrazia occidentale. Il compromesso tra il capitalismo industriale e la democrazia. Ma non si può più tornare indietro. Perciò – piaccia o no – lo sviluppo del Paese non ci sarà se esso non viene posto su una nuova base sociale, non tecnica.

Al posto del vecchio blocco italiano delle rendite e delle consorterie noi dobbiamo puntare sulla formazione di un nuovo blocco storico, cioè su una grande alleanza tra le forze che in vari modi rappresentano il lavoro, l’impegno produttivo e l’enorme deposito di cultura, di bellezza e di vita «buona» rappresentato dalla civiltà italiana.

La discussione sul nuovo leader non può oscurare la grande scelta che sta di fronte a noi. Quali spazi reali si aprono, a questo punto, a una forza riformista la quale si muove in una società che in questi anni è stata negata come tale, cioè come insieme di legami storici, culturali, anche ancestrali? Con l’idea, addirittura teorizzata, che il mondo è fatto solo di individui immersi in un eterno presente, i quali definiscono la loro identità in un modo solo, nel rapporto che hanno col consumo e quindi col denaro.

Chi dice che ciò che sto dicendo è «fuori tema» non capisce nulla. Non vede il rischio molto concreto che la sinistra e le forze democratiche si riducano a «flatus vocis», a poco più che combinazione elettorali. Non capisce che annunciare programmi è cosa vana se essi restano inapplicabili in quanto non riescono a ridare cittadinanza ai ceti popolari. Nessun progetto è credibile se invece di restituire alla democrazia gli strumenti per decidere persiste nell’idea che domina da anni secondo cui la società è poco più che la somma degli individui, per cui il solo modo per tenerla insieme è la demagogia del populismo oppure il «lasciar fare al mercato».

COS’È UN PARTITO

Purtroppo è da qui che è venuta anche l’idea di sostituire il partito dei militanti con il partito degli elettori. È vero che gli elettori contano perché votare significa decidere. Ma non bastano gli elettori per costruire associazioni, strumenti di partecipazione collettiva, insediamento, cultura, ideologia.

Il cuore dello scontro è qui. Lo scopo di queste note che riassumono un testo più ampio e che pubblico on line è mettere in campo un’idea meno oligarchica della democrazia. Io parto dal riconoscimento che il lavoro è il luogo della realizzazione di sé non solo come soggetto sociale ma anche come fondamento della cittadinanza.

È evidente, però, che la figura del lavoro è una figura larga, che include l’attività umana nelle sue diverse forme, e non si esaurisce nello schema tradizionale del conflitto di classe. Il lavoro è insieme il luogo della relazione e il luogo dell’autonomia, della possibilità cioè di dominare la complessità sociale e l’incertezza che le è connaturata.

Il passaggio da costruire è il superamento di ogni forma di lavoro servile, di precarizzazione, per realizzare una condizione di autonomia, senza di che – senza cioè creare una condizione umana segnata da una più forte conoscenza, responsabilità e partecipazione alle decisioni – diventa impossibile governare l’economia di un mondo globalizzato. Questo è il punto.

Io vedo qui il nuovo campo di iniziativa politica ed economica per il partito riformista moderno. Un compito vasto proprio perché non si rivolge solo a una parte, ma all’intera società. E non a parole ma perché mette concretamente in relazione le ragioni della libertà individuale e quelle della comunità, costruisce la comunità contro le spinte dissolutive e difende l’autonomia e la dignità della persona contro i meccanismi di alienazione. Questo è il riformismo. Perciò la presenza cattolica è parte costitutiva del Partito democratico.

Dopotutto il tanto invocato «nuovo» significa in Italia tenere insieme laicità, umanesimo cristiano e la lotta per l’emancipazione dell’uomo che fu propria del socialismo. Sottolineo «lotta». Sarà diversa dal passato ma sempre lotta deve essere e non la chiacchiera sulle persone o su valori astratti.

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